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Il whistleblowing c'è, ma è debole

Il rapporto dell'Anac evidenzia solo 334 dossier aperti tra gennaio e maggio 2018. Ancora troppo pochi

10/01/2019

Il 2018 si può considerare davvero l’anno in cui in Italia il whistleblowing è diventato realtà concreta e tangibile. Nel 2017, infatti, la legge 179 ha comportato con severità l’introduzioen nelle aziende, pubbliche e private, di canali utili ai dipendenti che desiderano denunciare attitudini illecite all’interno del contesto lavorativo con tanto di tutela anti ripercussioni. Dal canto suo l’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, lo scorso ottobre ha emanto un regolamento, entrato poi in auge a  dicembre, relativamente propro alla protezione dei segnalanti.

Per rispondere all’esigenza, le aziende italiane si sono votate all’outsourcing ovvero affidandosi ad aziende che hanno costruito software open source in grado di garantire l’anonimato dell’utente mascherando dati e informazioni sensibili da questi forniti.

Eppure sembra che la spinta legislativa, coadiuvata dall’introduzione di strumenti ad hoc, non sia stata sufficiente a dare quella smossa culturale che dissoci l’idea del whistleblower a quello di spia. Dal rapporto 2018 dell’Anac emerge, infatti, l’apertura di solo 334 fascicoli tra gennaio e maggio. Il doppio rispetto a due anni prima, ma un numero comunque debole che conferma quanta strada ci sia ancora da fare affinché la denuncia delle irregolarità all’interno della propria azienda diventi una pratica comune e senza paura.


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